febbraio 18, 2005

La fatica di non lavorare

E' da ieri sera che sono occupato a sistemare il mio powerbook. Accade che una situazione di relativo equilibrio durata mesi si ritrovi poi a collassare in poco tempo. Sto parlando dell'equilibrio tra macchina e utente (o amministratore): io.
Continuo in fondo a pensare che i pc siano delle macchine formidabili, ma terribilmente possessive, forse più dell'elettrodomestico che temo in assoluto: la televisione.
E' accaduto che in unico giorno abbia deciso di implementare o sperimentare tutte queste cose:
- un nuovo client di posta: ho abbandonato Eudora dopo quasi 10 anni per Mail;
- trasferire tutti i bookmark su Firefox;
- un nuovo word processor: Pages di Apple;
- il collegamento alla rete in fibra ottica da casa;
- l'utilizzo di un antenna WiFi;
- il servizio di posta di Google, Gmail, in modalità POP;
- alcuni passi per liberare software proprietario.
Insomma un'intera giornata spesa a imparare come fare in modo diverso cose che sapevo già fare. Un'intera giornata sacrificata alla gadgetmania. Una tipica giornata da consumatore hi tech.
O invece tempo investito per imparare? Learning by using or learning by doing?

4 commenti:

RTD ha detto...

Perché perseveri a considerare queste cose come "non lavorare"? Scusa la retorica, ma è come se un calzolaio non considerasse lavoro la manutenzione delle raspe e degli altri attrezzi. Se poi dici che ti costa fatica, allora a maggior ragione è lavoro, altrimenti chi te lo farebbe fare? Ti risparmio altre baggianate sulla proletarizzazione del lavoro intellettuale...

RTD ha detto...

Perché perseveri a considerare queste cose come "non lavorare"? Scusa la retorica, ma è come se un calzolaio non considerasse lavoro la manutenzione delle raspe e degli altri attrezzi. Se poi dici che ti costa fatica, allora a maggior ragione è lavoro, altrimenti chi te lo farebbe fare? Ti risparmio altre baggianate sulla proletarizzazione del lavoro intellettuale...

Anonimo ha detto...

Ecco cosa scrive UniMac (la rubrica dell'Unità) a proposito di Pages:
Il programma ha dato l’idea di rappresentare un concetto di word processor molto lontana da quella di Word e dalla maggior parte degli altri programmi simili. L’impressione è però quella che Pages miri agli utenti più esigenti di Word, che cercano prestazioni più professionali con una gestione più molto semplice. Pages è costruito per sfruttare al meglio i template, disponendo di ben quaranta modelli per impaginare automaticamente, in modo molto elegante, dalle lettere alle brochure illustrate, fino ai volantini. Si possano inserire immagini e realizzare composizioni personalizzate. È, in sostanza, uno strumento che è pensato per chi debba realizzare documenti pubblici, graficamente accattivanti, in cui la stampa e la presentazione sia la parte fondamentale.

Anonimo ha detto...

IL CULTO DEL MAC
di Claudio Montatori

«Insegnare al computer la gente»: è forse questo slogan lanciato da Jonathan Ive, designer dell'iMac e dell'iPod, a contenere il segreto, più che del successo, del vero e proprio culto che circonda i prodotti Apple da quando sono apparsi sul mercato.


Di questo culto ci parla un libro da poco uscito, giusto in tempo per i regali di Natale, per i tipi della casa editrice Mondadori Informatica: Il culto del Mac. Pubblicato negli Usa in estate, ha già esaurito la prima edizione. L'autore, Leander Kahney, editor e reporter tecnologico di Wired, la rivista cult della comunità in rete, ha raccolto notizie e curiosità intorno al mondo e alle comunità Mac e ce le racconta con passione, talvolta con ironia, sempre con gusto, senza mai annoiare.

Più di duecento pagine impreziosite da un ampio contributo iconografico (500 fotografie), che ci raccontano come e perché è nato e si è sviluppato nel mondo un modo differente di vivere il computer. La peculiarità del libro consiste nell'indagine condotta, sotto il profilo socioculturale più che storico e tecnologico, intorno ai fan Macintosh che compongono una specie di ordine religioso con ramificazioni in tutto il mondo, dagli Usa al Giappone (secondo mercato Apple dopo gli States), dove si aggirano personaggi assai curiosi e alcuni perfino inquietanti.

Ma cosa ha reso i prodotti Apple così attraenti da renderli oggetto di una vera e propria passione? Secondo Kahney questi prodotti esercitano un'attrazione non sessuale ma certamente sensuale. Per gli esperti di marketing tutto è dovuto al marchio, la famosa mela. Gli utenti sostengono che è la qualità delle macchine a determinarne il successo. Comunque sia il fenomeno arriva a livelli tali per cui lo stesso autore confessa che quando esce un nuovo prodotto Apple sente il bisogno di farlo suo.

Forse perché si sente parte di una minoranza (nel mondo solo il 6% di consumatori usa il Mac) che non vuole farsi omologare dall'invadenza di Microsoft (che è peggio del calcio in televisione), l'utente Mac tende ad essere different, a far parte di una controcultura. Qualcuno ha paragonato gli utenti Mac alla minoranza nera in America.

Secondo Theodore Roszak, professore di Storia alla California State University di Hayward, la controcultura degli anni 60 fu caratterizzata da quattro movimenti principali: protesta politica, droga, musica e personal computer. E deve aver ragione se c'è chi ha fatto di un vecchio Macintosh un aggeggio diabolico per fumare marijuana chiamato iBong.

Di stranezze è pieno il mondo e il mondo Mac non fa eccezione, anzi. Nel libro si racconta di strani personaggi che, come appare anche nella foto di copertina, si fanno tagliare i capelli in modo che risulti, nella parte rasata a zero il marchio Apple, chi costruisce Mac di carta, chi fa di un vecchio Mac un acquario; qualcuno ha costruito mobili fatti con gli scatoloni Mac... Un altro, sfruttando la campagna Think Different, ha ideato una rubrica di successo che si chiama MacCommunist e si chiede: «Il Mac è l'oppio dei popoli?». La rete sembra pullulare di adattamenti e parodie della campagna Think Different, e ne approfitta anche la Church of Satan che in un suo manifesto lancia lo slogan We think TOO different (pensiamo TROPPO diverso) , e che, grazie alla denuncia fatta da Apple, che si è vista associare il proprio marchio al culto di Satana, si è fatta una discreta pubblicità. Ce n'è per tutti i gusti, anche per gli amanti di 007: sembra che in un granaio della California ci sia il Mac più misterioso del mondo, il Mac Nero. Si tratta di un modello Macintosh SE/30 1891 T che, sebbene appaia del tutto normale, è in realtà schermato in modo da evitare intrusioni elettromagnetiche. Risulta certamente costruito da Apple ma, nonostante le approfondite indagini dell'attuale proprietario, non si è riusciti a sapere chi sia stato il primo acquirente. Forse la Cia, forse un'altra agenzia investigativa. Fatto sta che il Mac Nero è avvolto dal mistero.

Per concludere con le stranezze che si raccontano nel libro, colpisce la vicenda di un tale che avendo intrapreso on line un rapporto omosessuale con un lontano utente, si accorge che in realtà non è innamorato del suo ragazzo virtuale ma del suo (concreto) computer, un Power Mac G3! Feticismo sessualtecnologico.

Insomma, che si sia parte di questa comunità internazionale creata da Apple o dei semplici curiosi, il libro offre una piacevole lettura e fa riflettere sul fatto che anche quando si tratta di questioni tecnologiche, che potrebbero sembrare gelidamente noiose, e di mercato, che in quanto globale risulta spesso odioso, ci si può imbattere in qualcosa che, puntando sulla nostra creatività e individualità (non individualismo), ci aiuta a non sentirci omologati.

La morale? Forse è solo un'illusione, ma gli utenti Mac vogliono pensare di poter continuare a To Think Different anche in campo tecnologico.


SCHEDA:
Leander Kahney
Il culto del Mac
(The Cult of Mac)
Mondadori Informatica, 2004
pagine 280, € 25
***
da: UniMac, la sezione de L'Unità OnLine dedicata al Macintosh